Cammino sinodale

 
Carissimi fratelli e sorelle, continua la riflessione sul cammino Sinodale che prevede quest'anno di passare dalla prima fase all'interno delle comunità parrocchiali all'esterno attraverso l'utilizzo di alcuni "laboratori".
Ora condivido con tutti coloro che leggeranno queste considerazioni nei social.
Riflessioni circa il discorso sulla sinodalità, che vuole aiutare la Chiesa, non solo gerarchica ma tutti i battezzati che la compongono, e non sul sinodo, il quale verrà celebrato al termine di questo triennio che stiamo vivendo.
Parto dal cercare di comprendere cosa significa la parola Sinodo, da cui poi deriva il termine sinodalità.
“Sinodo” è una parola antica legata alla Tradizione della Chiesa. Composta dalla preposizione “con” (σύν), e dal sostantivo “via” (ὁδός) indica il cammino fatto insieme dal Popolo di Dio. Rinvia pertanto a Gesù che presenta se stesso come “la via, la verità e la vita”.
Nel greco ecclesiastico - si ricorda nel documento pubblicato nel 2018 dalla Commissione teologica internazionale e intitolato La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa - esprime l’essere convocati in assemblea.
Sin dai primi secoli, vengono designate con la parola “sinodo” le assemblee ecclesiali convocate a vari livelli (diocesano, provinciale o regionale, patriarcale, universale) per discernere, alla luce della Parola di Dio e in ascolto dello Spirito Santo, questioni dottrinali, liturgiche, canoniche e pastorali.
Questo percorso triennale non è tanto cercare di rispettare scadenze legate a relazioni da inviare o pseudo sondaggi da fare, ma si tratta in questa prima fase di capire quali atteggiamenti e modi di essere, il Santo Padre ci suggerisce di assumere, all’interno della chiesa e quindi delle comunità ecclesiali particolari, anche le più piccole e anche all’esterno con donne e uomini che vivono all’esterno dei nostri circuiti ecclesiali.
In seguito allenarci a far diventare un nuovo modo di essere chiesa all’interno e all’esterno.
Il Santo Padre il 10 ottobre 2021 nell’omelia di apertura del percorso Sinodale ha detto: “Molte volte i Vangeli ci presentano Gesù “sulla strada”, mentre si affianca al cammino dell’uomo e si pone in ascolto delle domande che abitano e agitano il suo cuore. Così, Egli ci svela che Dio non alberga in luoghi asettici, in luoghi tranquilli, distanti dalla realtà, ma cammina con noi e ci raggiunge là dove siamo, sulle strade a volte dissestate della vita”.
Questo potrebbe essere il primo atteggiamento: affiancarci al cammino degli uomini e delle donne che incontriamo sul nostro cammino e fargli spazio nella nostra vita, non solo personale, ma anche comunitaria. Evitando di volerli far entrare in “luoghi asettici”, “distanti dalla realtà”.
Il Papa prosegue: “… iniziamo con il chiederci tutti – Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici –: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” o del “si è sempre fatto così”?
Tantissime volte anche nelle nostre comunità si sentono queste espressione: “non serve” o “si è sempre fatto così”, che a mio avviso, sono all’antipodo dello “stile di Dio”.
Queste espressioni non facilitano, a chi è fuori delle nostre comunità, il processo di inserimento e tornano ad allontanarsi.
Proviamo a fare una cosa nuova: “a fare SILENZIO e ad ASCOLTARE”, evitando di avere già la risposta pronta. Mostriamo loro che nelle nostre Comunità non regna l’efficientismo, la burocrazia, ma il piacere di incontrare e di stare tra di noi in fraternità.
Ascoltiamo ancora il Papa: “Fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme. Guardiamo a Gesù, che sulla strada dapprima incontra l’uomo ricco, poi ascolta le sue domande e infine lo aiuta a discernere che cosa fare per avere la vita eterna. Incontrare, ascoltare, discernere: tre verbi del Sinodo su cui vorrei soffermarmi.
Incontrare. Il Vangelo si apre narrando un incontro. Un uomo va incontro a Gesù, si inginocchia davanti a Lui, ponendogli una domanda decisiva: «Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna?» (v. 17). Una domanda così importante esige attenzione, tempo, disponibilità a incontrare l’altro e a lasciarsi interpellare dalla sua inquietudine. Il Signore, infatti, non è distaccato, non si mostra infastidito o disturbato, anzi, si ferma con lui. È disponibile all’incontro. Niente lo lascia indifferente, tutto lo appassiona. Incontrare i volti, incrociare gli sguardi, condividere la storia di ciascuno: ecco la vicinanza di Gesù. Egli sa che un incontro può cambiare la vita. E il Vangelo è costellato di incontri con Cristo che risollevano e guariscono. Gesù non andava di fretta, non guardava l’orologio per finire presto l’incontro. Era sempre al servizio della persona che incontrava, per ascoltarla.
Anche noi, che iniziamo questo cammino, siamo chiamati a diventare esperti nell’arte dell’incontro. Non nell’organizzare eventi o nel fare una riflessione teorica sui problemi, ma anzitutto nel prenderci un tempo per incontrare il Signore e favorire l’incontro tra di noi. Un tempo per dare spazio alla preghiera, all’adorazione – questa preghiera che noi trascuriamo tanto: adorare, dare spazio all’adorazione –, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa; per rivolgersi al volto e alla parola dell’altro, incontrarci a tu per tu, lasciarci toccare dalle domande delle sorelle e dei fratelli, aiutarci affinché la diversità di carismi, vocazioni e ministeri ci arricchisca (non diventi così l’occasione per polemizzare, porre dei distingua e per dividerci) . Ogni incontro – lo sappiamo – richiede apertura, coraggio, disponibilità a lasciarsi interpellare dal volto e dalla storia dell’altro. Mentre talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza – lo spirito clericale e di corte: sono più monsieur l’abbé –, l’incontro ci cambia e spesso ci suggerisce vie nuove che non pensavamo di percorrere.
L’ascolto. Tante volte è proprio così che Dio ci indica le strade da seguire, facendoci uscire dalle nostre abitudini stanche. Tutto cambia quando siamo capaci di incontri veri con Lui e tra di noi. Senza formalismi, senza infingimenti, senza trucco.”
Quindi il secondo verbo è ascoltare.
“Un vero incontro nasce solo dall’ascolto. Gesù infatti si pone in ascolto della domanda di quell’uomo e della sua inquietudine religiosa ed esistenziale. Non dà una risposta di rito, non offre una soluzione preconfezionata, non fa finta di rispondere con gentilezza solo per sbarazzarsene e continuare per la sua strada. Semplicemente lo ascolta. Tutto il tempo che sia necessario, lo ascolta, senza fretta. E – la cosa più importante – non ha paura, Gesù, di ascoltarlo con il cuore e non solo con le orecchie. (la paura di ascoltare a volte nasce, perché abbiamo riposto le nostre convinzioni non nell’incontro con Gesù, ma nelle regole, nelle formule universali del catechismo). Infatti, la sua risposta non si limita a riscontrare la domanda, ma permette all’uomo ricco di raccontare la propria storia, di parlare di sé con libertà. Cristo gli ricorda i comandamenti, e lui inizia a parlare della sua infanzia, a condividere il suo percorso religioso, il modo in cui si è sforzato di cercare Dio. Quando ascoltiamo con il cuore succede questo: l’altro si sente accolto, non giudicato, libero di narrare il proprio vissuto e il proprio percorso spirituale”.
“Chiediamoci, con sincerità, in questo itinerario sinodale: come stiamo con l’ascolto? Come va “l’udito” del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate? Fare Sinodo è porsi sulla stessa via del Verbo fatto uomo: è seguire le sue tracce, ascoltando la sua Parola insieme alle parole degli altri. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter, no. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa ( di ogni comunità parrocchiale), di ogni popolo e nazione. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze. Le certezze tante volte ci chiudono. Ascoltiamoci.
Dopo aver accolto, facendo spazio, e dopo l’ascolto arriva il momento del discernimento che è fondamentale, perché la risposta che siamo chiamati a dare non è solo frutto di una nostra riflessione, ma infine dobbiamo discernere. L’incontro e l’ascolto reciproco non sono qualcosa di fine a sé stesso, che lascia le cose come stanno. Al contrario, quando entriamo in dialogo, ci mettiamo in discussione, in cammino, e alla fine non siamo gli stessi di prima, siamo cambiati. Il Vangelo oggi ce lo mostra. Gesù intuisce che l’uomo che ha di fronte è buono e religioso e pratica i comandamenti, ma vuole condurlo oltre la semplice osservanza dei precetti. Nel dialogo, lo aiuta a discernere. Gli propone di guardarsi dentro, alla luce dell’amore con cui Egli stesso, fissandolo, lo ama (cfr v. 21), e di discernere in questa luce a che cosa il suo cuore è davvero attaccato. Per poi scoprire che il suo bene non è aggiungere altri atti religiosi, ma, al contrario, svuotarsi di sé: vendere ciò che occupa il suo cuore per fare spazio a Dio.
È una preziosa indicazione anche per noi. Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, di discernimento ecclesiale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio. E la seconda Lettura proprio oggi ci dice che la Parola di Dio «è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). La Parola ci apre al discernimento e lo illumina. Essa orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito. In questi giorni Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci”.
Carissimi fratelli e sorelle questo è quanto ho recepito di ciò che dobbiamo “essere” e non fare per incamminarci intraprendendo questo processo sulla sinodalità.
Attendo vostre riflessioni. Grazie
Don Claudio



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